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Una recente indagine riportata dal Daily Telegraph potrebbe ribaltare alcuni luoghi comuni: nel Regno Unito, spesso considerato il pioniere del lavoro a distanza, i giovani della Generazione Z stanno mettendo in discussione i presunti vantaggi del remote work.
Secondo una ricerca condotta da Bupa, quasi il 40% dei ragazzi tra i 16 e i 24 anni si sente solo o isolato a causa del lavoro da remoto. Un dato ben superiore rispetto alla media nazionale del 24%, che evidenzia un disagio più sociale che tecnologico, legato al bisogno di comunità.
L’idea che il Regno Unito sia avanti anni luce rispetto all’Italia sul fronte del lavoro remoto resiste nella percezione comune. Tuttavia, la realtà è meno scontata. Se da un lato il Regno Unito continua a rappresentare un modello per la flessibilità contrattuale, con maggiore apertura verso contratti part-time, freelance e temporanei, dall’altro il lavoro da remoto non appare più “evoluto” rispetto a quello italiano. Anzi, l’insoddisfazione della Gen Z britannica dimostra come entrambi i Paesi si trovino ad affrontare sfide simili. Un aspetto interessante non è tanto che i giovani desiderino tornare in ufficio a tempo pieno, ma la loro richiesta di avere accesso a uno spazio su misura per le loro esigenze. Non si tratta di tornare al classico badge da timbrare tutti i giorni, ma di poter contare su un luogo per collaborare, confrontarsi o anche solo pranzare in compagnia quando ne hanno bisogno.
In un certo senso, le necessità della Gen Z non sono così distanti da quelle dei loro genitori: desiderano condizioni migliori e un maggiore riconoscimento economico. La differenza? I giovani lo dichiarano ad alta voce, puntando senza esitazioni a negoziare aumenti e benefit che le generazioni precedenti si rassegnavano spesso a non chiedere.
Bisogna preoccuparsi? Tutt’altro. Questo atteggiamento riflette maturità e consapevolezza: l’idea che il lavoro non sia solo una questione di salario, ma anche di equilibrio mentale, socialità e possibilità di scelta. Proprio qui risiede la sfida – e l’opportunità – per le aziende. Predisporre uffici “on demand” richiede organizzazione e flessibilità, ma rappresenta una soluzione per superare il vecchio dualismo tra lavoro in ufficio e totale remote work. ---
E se l’Italia non fosse poi così indietro? Guardando al confronto con l’Italia, emerge un dato inatteso: non siamo così distanti dal Regno Unito sul fronte del lavoro remoto. Molte imprese italiane hanno approfittato della pandemia per adottare modelli ibridi solidi, talvolta più pratici rispetto a quelli britannici. La vera differenza risiede nella flessibilità del mercato del lavoro.
In UK è comune cambiare posizione lavorativa o tipo di contratto con facilità; in Italia, invece, la rigidità del mercato rallenta ogni forma di innovazione. Curiosamente, questa rigidità ha anche un effetto collaterale positivo: costringe le aziende italiane a costruire soluzioni organizzative sostenibili nel lungo periodo, evitando di rincorrere mode passeggere o tornare nostalgicamente al concetto di ufficio tradizionale.
Se nel Regno Unito la Gen Z aspira a spazi fisici dove ritrovare contatto umano, in Italia si osserva una maggiore sensibilità verso l’equilibrio tra benessere e produttività nei modelli lavorativi. ---
Il remote work non è un modello rigido, bensì un ecosistema in continua trasformazione. Se l’Italia riuscirà a integrare la necessità di flessibilità con quella di creare comunità solide, potrebbe persino proporre un modello innovativo e vincente rispetto ad altri Paesi. La Generazione Z, con le sue contraddizioni, ci offre una preziosa lezione: il lavoro del futuro non sarà fatto di postazioni obbligatorie né di solitarie videoconferenze infinite. Il cuore pulsante sarà la libertà di scelta, la responsabilità condivisa e spazi – fisici o digitali – che stimolino le persone senza mai soffocarle. Un’occasione unica per ripensare il significato stesso di “luogo di lavoro”.
